venerdì 14 novembre 2008

I leader del mondo discutono di cultura di pace


Non è mia abitudine intervenire sostanzialmente in un articolo scritto da altri ma questo è speciale. I leader politici e religiosi del mondo si sono riuniti a margine della sessione annuale dell’Assemblea Generale dell’ONU e hanno parlato. Il servizio che segue vuole convincerci che essi hanno parlato di cultura di pace, ma a mio giudizio essi hanno solo parlato. Frasi vuote e insignificanti, tutt’al più scontate. Come bambini di prima elementare davanti al primo tema: “Costruire un mondo migliore”. Svolgimento: “Io tutte le sere prego Gesù Bambino di farmi essere buono!”
Costruire una cultura di pace è ben altra cosa che proclamare frasi fatte o buone intenzioni.



Dall’emittente radio dell’ONU, servizio di Diane Penn

Un incontro ad altissimo livello sul dialogo interreligioso si concluderà oggi al quartier generale delle Nazioni Unite. La sessione speciale in corso dell’Assemblea Generale dell’ONU ha messo insieme i leader politici e religiosi del mondo che sono impegnati nel costruire una cultura di pace. Questa mattina I partecipanti hanno ascoltato il discorso del Presidente statunitense uscente George Bush, che ha parlato del ruolo che la fede ha giocato nella sua vita.

Bush: ”Una delle mie convinzioni fondamentali è che ci sia un Dio onnipotente e che ogni uomo, donna e bambino sulla faccia di questa terra porta la sua immagine. La fede mi ha sostenuto attraverso le sfide e le gioie della mia presidenza. E la fede mi guiderà per il resto dei miei giorni. (…) Noi possiamo professare diverse credenze e culti in luoghi diversi, ma la nostra fede ci porta a valori comuni. Riteniamo che Dio chiama ad amare i nostri vicini e a trattare l'un l'altro con compassione e rispetto. Riteniamo che Dio ci chiama a vivere in pace e a opporsi a tutti coloro che usano il suo nome per giustificare la violenza e l'assassinio.”

La due giorni di riunione si è tenuta, su richiesta del Regno di Arabia Saudita per promuovere la comprensione e la cooperazione tra religioni e culture. Come ha osservato il re della Giordania Abdullah II, sarebbe impossibile parlare di armonia interreligiosa, in particolare tra l'Oriente e l'Occidente, senza discutere della risoluzione dei conflitti in Medio Oriente.

Re Abdullah II: “Il conflitto tra Israele e Palestinesi è il cuore dei conflitti nella nostra regione. Si tratta di un conflitto politico ed esige una soluzione giusta e negoziata ... che porti uno Stato e la libertà per i palestinesi e la sicurezza regionale e il riconoscimento di Israele.”

Il presidente israeliano Shimon Peres ha detto che i popoli della regione hanno condiviso speranze e sogni, rilevando che ci sono bambini chiamati col nome dei profeti del giudaismo, del cristianesimo e dell’Islam.

Peres: “Avraham, Abramo e Ibrahim crescono come avversari, nell’odio. Perché? Perché Mosè, Moshe e Musa devono vivere in questo modo? I nostri profeti ci hanno chiesto: 'Non abbiamo tutti un solo padre? Non ci ha creati tutti un solo Dio? Perché agiamo falsamente, ogni uomo contro suo fratello, profanando l'alleanza dei nostri padri?”

Il Primo Ministro palestinese Salam Fayyad ha osservato che la tolleranza religiosa e la coesistenza sono pre-requisiti per la pace.

Fayyad: Al fine di preservare questa nobile condizione umana che tutte le religioni, senza eccezioni, hanno chiesto, dobbiamo promuovere e approfondire un dialogo volto a raggiungere la pace tra gli uomini. E per evitare conflitti dobbiamo sopprimere tutti gli atti di aggressione e di arroganza e assicurare il rispetto per le differenze tra le religioni, le culture e le civiltà dei popoli.

La due giorni di sessione ha riunito i leader di tutto il mondo. Alla vigilia della riunione il presidente dell’Assemblea Generale, Miguel d'Escoto Brockmann, ha dichiarato che l’incontro non è stato sulla religione o sulla teologia, ma sui valori.

Brockmann: “E’ per raggiungere il fondamento dei nostri valori religiosi o delle nostre convinzioni etiche che è necessario dare fiducia all’umanità. Si sente molto parlare di dare fiducia a Wall Street, a questo o a quello. L'umanità si trova in un fallimento morale. Abbiamo la necessità di ritrovare fiducia.


Tratto da:
World leaders continue their discussion on a culture of peace
su United Nations Radio, ONU, 13 novembre 2008
tradotto da Bruno Picozzi



Leggi l'articolo intero

mercoledì 12 novembre 2008

Che il G-20 faccia tutto il possibile per aiutare i poveri del mondo


La crisi finanziaria mondiale continua ad essere la prima delle nostre preoccupazioni.

Questo è ciò che il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha detto martedì scorso durante la sua conferenza stampa mensile. Il Segretario Generale ha annunciato che sarà presente sabato alla riunione del G-20 a Washington, e avrà tre messaggi:


"In primo luogo, dobbiamo fare tutto il possibile per alleviare l'impatto della crisi sui più poveri del mondo e le persone più vulnerabili. Questa è chiaramente una questione di volontà. Le somme spese fino ad ora per attenuare la crisi hanno già ampiamente superato gli importi stanziati per l’APS (aiuto pubblico allo sviluppo, ossia progetti di cooperazione internazionale a sostegno dei Paesi meno sviluppati). In secondo luogo, abbiamo bisogno di affrontare le radici sistemiche della crisi. In terzo luogo, la crisi è anche un'opportunità per affrontare il cambiamento climatico. In un momento di crescente disagio economico, una crescita ‘verde’ sarebbe in grado di creare milioni di posti di lavoro ".

Il segretario generale ha affermato che porterà lo stesso messaggio alla conferenza sul finanziamento allo sviluppo che si aprirà verso la fine del mese a Doha, in Qatar. E ha aggiunto che le persone in tutto il mondo cercheranno un segnale che il flusso di aiuti continui e che le opportunità si moltiplichino.


Tratto da:
UN chief to urge G-20 summit to do everything to help world's poorest di Donn Bobb
su United Nations Radio, ONU, 11 novembre 2008
tradotto da Bruno Picozzi



Leggi l'articolo intero

martedì 11 novembre 2008

Un po' di notizie di vita quotidiana da Tshimbulu, RD Congo


di Katia Rossi, cooperante in Congo RD

La prima parola che si sente e anche la prima ad essere imparata è: MOYO che in luba vuol dire CIAO. Da Kananga (si arriva in aereo da Kinshasa) occorre fare un po’ di strada per arrivare a Tshimbulu. Il po’ è quantificato in tre ore di viaggio per 120 Km di strada sferrata, piste praticamente, battute da pochissimi veicoli.
Durante il viaggio si passano innumerevoli villaggi. Quando i bambini sentono il rumore della macchina che si avvicina, lasciano tutto quello che stanno facendo, e cominciano a salutare: Moyoooooooooooooooo. Quindi prima di arrivare a Tshimbulu la parola è già dentro di voi e la si è ripetuta almeno una decina di volte per rispondere ai vari saluti. Moyo vuol dire anche cuore. E’ il saluto dei bambini, in genere gli adulti usano formule più complicate del tipo Moyo Mienaiu e il mienaiu è veramente complicato da pronunciare per me. Quindi io saluto tutti come i bimbi: Moyo.

Durante il tragitto si incontrano anche degli adulti, alle volte ragazzi, che spingono biciclette cariche di ogni cosa possibile e immaginabile (anche inimmaginabile). Di regola fanno trasporto di prodotti agricoli dal villaggio alla città: olio di palma, sacchi da 50 Kg di mais, manioca, plantains etc. Il viaggio di ritorno è anch’esso carico di mercanzia: carburante, birre, sapone, biscotti. I muyanda (è il loro nome in luba) impiegano circa due giorni per fare il percorso dal villaggio alla città e altrettanti per rientrare. In genere viaggiano in gruppi, almeno due adulti, solitamente uomini. Questo permette loro di aiutarsi a vicenda e trasportare una bicicletta alla volta per le salite ripide. Inoltre evita di essere aggrediti da banditi che vogliono approfittare del magro guadagno di questi poveretti.

Sono stata in un villaggio a 2 Km da Tshimbulu, Kamueshi. Mentre facevamo la solita sensibilizzazione sull’importanza di mandare i bambini e le bambine a scuola e l’altra sull’alimentazione dei bambini, in particolare lo svezzamento ecco arriva la notizia. Una signora ci chiede come può fare con la bambina che ha in braccio, 3 mesi appena, che non mangia da tre giorni e beve solo acqua. Il padre, un muyanda di trent’anni, ha tre figli ed è stato abbandonato dalla moglie. Qui si dice che è sparita in brousse (nella foresta). Nessuno sa dov’è andata. Secondo la versione del marito, la donna è sparita da tre giorni abbandonando i figli. Dopo qualche domanda viene fuori che Maurice voleva avere una seconda moglie e la prima non era poi molto favorevole all’idea. In ogni caso i problemi e i motivi della fuga non ci interessano molto, quello che conta è la bambina. Maurice, insieme alla madre che ora si occupa dei tre piccoli, dovrebbe venire in ospedale per seguire il programma di lotta alla malnutrizione.

Durante il tragitto che va da Kananga a Tshimbulu si passano quattro ponti e tre fiumi. Sempre pieni d’acqua (MAYI), nella stagione delle piogge il loro volume raddoppia. L’acqua è un bene prezioso. A Tshimbulu piove all’incirca 10 mesi l’anno, ma non ci sono o meglio non viene usata la rete idraulica gestita dalla REGIDESO. I motivo sono molteplici, prima di tutto i dipendenti non sono pagati da anni, la struttura è fatiscente e non c’è carburante per alimentare il gruppo che dovrebbe portare l’acqua nelle case. Per procurarsi l’acqua quindi occorre andare a prenderla alla fonte, al mercato, nell’unico rubinetto della REGIDESO che funziona oppure al nostro ospedale. È un compito che spetta ai bambini e ai ragazzi, nonché alle donne. Raramente si vedono gli uomini che portano l’acqua nei bidoni con le biciclette o in testa. Essenzialmente il trasporto delle cose sulla testa qui è prerogativa delle donne.



Leggi l'articolo intero

lunedì 10 novembre 2008

I bambini del Congo: o piccoli soldati o morti di fame e violenze


Gli occhi dei bambini di Kibati: Dio mio, li hai mai visti, quegli occhi, David Miliband, ministro degli Esteri di sua Maestà britannica? No, non li hai visti, perché in questo caso non avresti detto che, soltanto ora, nella parte orientale del Congo si rischia la più grande catastrofe umanitaria dei tempi moderni. Non li hai visti, quegli occhi, quando sei passato da Goma, capitale assediata del Kivu, e ti hanno portato soltanto al quartiere generale dell’inutile, tremebondo esercito con il casco blu dell’Onu. Sono occhi pieni di spavento, di un dolore senza lagrime, da non potersi piangere a viso aperto. Non è entrato, il ministro, nella tenda ospedale di «Médecins sans frontières», dopo aver superato la procedura di sicurezza, la tenda dove stanno i bambini colerosi. Sempre di più, ogni giorno che passa, con i grandi occhi sgranati di chi è arrivato all’ultima resa dei conti con la vita.

E il portavoce della missione umanitaria francese, François Dumont, racconta che spesso non li si può salvare perché i contagiati fuggono per la paura dei combattimenti e non si riesce a trovarli più nel grande caos di Goma.

E i bambini soldato? Quelli con la divisa verde di Kabila, il presidente, il kalashnikov tenuto sulle spalle come fosse una canna, l’elmetto (ah, non ci sono al mondo ancora gli elmetti da bambini, bisognerà pensarci, fabbricare) calato fin sugli occhi per non vedere, non avere paura. Quando arrivano a Goma le autorità straniere, i Grandi dell’Onu e dell’Umanitario, li fanno sparire, li tengono in caserma. L’Occidente ha il cuore tenero, le guerre le vuole ragionevoli e con pochi morti. Ma qui siamo in Africa, si impara presto a uccidere e a essere uccisi. I giochi, la scuola, il diritto a essere felici sono dettagli che pochi possono permettersi.

Già, la più grande catastrofe umanitaria dell’Africa non è una possibilità: purtroppo è già avvenuta, siamo all’ultimo capitolo. Ci è semplicemente passata davanti agli occhi e per 14 anni: ha ucciso un milione di persone, tiene in ostaggio i superstiti, una generazione di bambini ad esempio che non ha mai avuto il diritto di sorridere. L’Onu, l’Occidente, le potenze, tutti non ce ne siamo accorti. E così oggi nella parte orientale del Congo si svolge la prima guerra in cui i profughi i rifugiati i fuggiaschi sono ormai ridotti alla condizione di arma, che entrambi i contendenti brandiscono con indifferenza, cinismo e ferocia.

A Kibati, dodici chilometri fuori da Goma, capitale del distretto di una delle regioni del mondo più ricche in minerali e disperazione umana, si ammassano questi sopravvissuti di questa guerra dei Grandi laghi, che assomiglia ai conflitti europei che si innestavano gli uni negli altri, fino a formare unici, ultradecennali macelli. Loro hanno percorso tutti i gironi dell’inferno, fuggendo, camminando, urlando di dolore e di paura. E sono ancora vivi. Non li hanno ammazzati ladrerie iperboliche del Grande Furfante, Mobutu, che chiedeva la tassa persino sulle biciclette e sulle lenzuola degli ospedali e hanno così riempito i forzieri di altri congolesi, i notabili, i corrotti, a Parigi in Svizzera in Belgio. Non sono morti quando qui è arrivata un’altra folla di disperati, gli hutu ruandesi, inseguiti dalla Vendetta dei tutsi, ed erano armati e volevano cibo e terra. Non sono stati torturati a morte dai soldati di Cabila, il padre e poi il figlio, che adesso governa il Congo ma solo la parte che non conta niente, dove non ci sono i diamanti il coltan l’oro il rame. Non li hanno sgozzati i miliziani del generale Nkunda, nuovo signore del Kivu.

Le donne sono state violentate dalle tante milizie che passavano di qua, governativi e ribelli; ma sono riuscite a restare in vita anche loro. In fondo, in un posto così è un miracolo, val la pena di far finta di dimenticare. I bambini sono ancora qui a sgambettare nella melma di questo immenso campo per quaranta-cinquantamila persone, i piedi piagati dalla lava diventata tagliente come una lama, il ventre gonfio, coperti dagli stracci di mille fughe. Ma non indossano le divise dei soldati-schiavi, un altro miracolo: forse solo perché sono troppo piccoli persino per i rastrellamenti che fanno governativi e ribelli nelle scuole. Tanto che ormai in classe a Goma ci vanno intruppati, con il maestro in testa, sperando che il numero li aiuti.

Sono vivi, sono loro, i profughi, i veri eroi di questo tempo dell’Africa. Intorno a Goma incontri questi pellegrini sfiniti che hanno marciato per anni ormai senza soste, senza riposo, spesso senza mangiare nè bere, umili, dimessi, l’occhio spento, atterriti dal loro stesso spettrale cammino. Per loro l’Onu non ha sparato una pallottola, solo tante parole. E quelle non contano. I signori, tutti sudici tutti colpevoli di queste guerra, da una parte un governo corrotto e incapace che pensa solo a recuperare le miniere, dall’altra un generale che dietro lo schermo della difesa della sua etnia, i ruandesi tutsi che vivono in questa parte del Congo, nasconde la volontà di impadronirsene, sono paccottiglia umana. Guerra etnica e guerra economica infilate l’una nell’altra come un incastro senza fine. Vincitori e vinti avanzano e si ritirano tirandosi dietro un immenso armento umano, un milione di persone, come ostaggio, barriera, forma di pressione. Tutte ormai rinserrate in un semicerchio di campi di fortuna, attorno a Goma. Il quarto lato è il grande lago Kivu. Adesso non possono più fuggire. Attorno assiste indifferente un fastoso fittume di foreste di acque di nuvole accaldate e basse. Non muoiono di bombardamenti aerei, cannonate, muoiono come un’oasi dai pozzi prosciugati, si svuota si spegne cade nell’oblio.

Kibati è appena fuori dalla città, passata l’autarchica sbarra che un poliziotto, i cui occhi grifagni hanno visto tempi migliori per le piccole quotidiane esazioni, solleva con aria rassegnata. Gli ultimi soldati con i colori azzurri della terza brigata stanno al di qua della sbarra, ascoltano le radioline, non si sa mai, alla prima avvisaglia, può essere il momento di scappare di nuovo. Sullo sfondo, sotto buffe montagne di un fiammante verde panchina, dietro una linea di grandi antenne a poche centinaia di metri, ci sono, invisibili, gli altri, i ribelli del generale Nkuna. In mezzo, terra di nessuno, gli sfollati.

Goma è la sintesi perfetta dell’Africa di oggi: in città c’è tutto, internet wi-fi, i negozi pieni, i ristoranti costosi sul lago; i vitelloni la domenica passeggiano, col vestito buono e la ragazza, sui «boulevard» dove mandrie di giudiziose caprette si accaniscono contro l’immondizia lasciata a marcire. Negli alberghi le coppie si sposano a mucchi, in bianco, con le invitate che esibiscono cappelli grandi come portaerei e lanciano gridolini di gioia isterica e contagiosa. Passano sulle jeep giapponesi i ricchi: grandi pance da padroni del vapore, anelli, catene d’oro. I bambini hanno la maglietta (originale) di Kaka o di Henry. È la borghesia di Kabila (prima era di Mobutu). Sono scappati in aereo quando i ribelli sembravano sul punto di prendere la città. Poi sono tornati, forse anche stavolta riusciranno a mettersi d’accordo con «il Generale».

Sulla piazza principale, davanti alle banche, i blindati bianchi dell’Onu con gli scenografici sikh dal turbante azzurro, fumano e si annoiano. Hanno tirato sul tetto dei mezzi una tendina bianca per non prendere la pioggia che nuvoloni sontuosi annunciano imminente.

Tutt’intorno alla città c’è l'Africa degli altri, i senza tutto. Ma anche la miseria non è mai tutta eguale, in questa si va a strati. Ci sono i vecchi, quelli che sono qui dal ‘95, ormai hanno tirato su casette di legno, sanno arrangiarsi, esibiscono una capretta e qualche gallina. Poi ci sono quelli scappati con le prime battaglie di due settimane fa, ormai hanno ottenuto un sacco di plastica con la sigla Onu che usano come tenda, sanno quando ci sono le distribuzioni di cibo e di legna, captano in un lampo il brusio di nuovi attacchi e dove bisogna spostarsi. E poi ci sono gli ultimi, quelli arrivati ieri, oggi, che ancora stamane marciavano lungo la strada che scende da Ngungu dove governativi e ribelli se le danno di santa ragione. Li hanno depredati gli uni e gli altri: sono nudi, è rimasta loro qualche pentola, qualcuno si è trascinato dietro uno di quei pesanti monopattini scolpiti nel legno che usano per i trasporti. Raccontano storie concitate di attacchi notturni, di compaesani sgozzati con il machete dai ribelli, di giorni e giorni passati nella foresta senza cibo, sotto la pioggia. Questa guerra che li uccide resta per loro un mistero metafisico, una fatalità come la pioggia che non viene o il vulcano Niyragongo che getta giù, com’è successo nel 2002, una micidiale fiume di lava.

Attorno alla chiesa, un grande capannone dove campeggia un ingenuo poster di «Mtoto Gesù», il bambin Gesù, una folla immensa serpeggia paziente disciplinata, attende la distribuzione dei sacchi di farina dalla Croce rossa. C’è calma, oggi, gli aiuti possono essere distribuiti, ma in altri campi sulla linea incerta del fonte è impossibile arrivare. E’ la fame. Dentro la chiesa un giovane prete officia la messa. Ci vuole coraggio a dire parole di speranza mentre attorno infuria la disperazione. Ma lui ci prova, dice con umiltà, a annunciare «la buona novella». «Andate in pace» dice ai suoi quieti fedeli mentre dalla porta una folla impaziente di profughi comincia a trascinare dentro i fagotti. La Chiesa di notte è il loro rifugio. Sì, andate davvero in pace, gente di Kibati.


Tratto da:
Congo, il Paese dei bambini col kalashnikov di Domenico Quirico
su La Stampa, Italia, 10 novembre 2008



Leggi l'articolo intero

sabato 8 novembre 2008

Cambio di rotta


Il progetto di Informazione ScatenaTA ha concluso la sua fase sperimentale.
Ne traiamo due insegnamenti:
1) è possibile con mezzi da blogger e su base esclusivamente volontaria creare un luogo di informazione assolutamente ben fatto e ricchissimo di contenuti;
2) la mobilitazione di un gruppo di volontari su un progetto qualsiasi è un'operazione per nulla scontata, per buone che siano le intenzioni di tutti.

Questo per dire che l'Informazione ScatenaTA rimane una buona idea partita col supporto di un consistente gruppo di volontari e che al contrario si è retta sulla buona volontà di pochi stakanovisti.
In presenza di questa insormontabile difficoltà il progetto si arresta lasciando una consistente quantità di informazione, migliaia di contatti, un pesante bagaglio di esperienza e tanta voglia di continuare, ma solo se col supporto partecipativo di molti volontari.

Il BIPPIblog ritorna quindi da oggi alla sua funzione originaria di strumento di educazione alla cultura della pace.

Grazie a tutti coloro che hanno scritto e hanno letto
Bruno Picozzi


Leggi l'articolo intero

mercoledì 5 novembre 2008

Incursioni aeree uccidono donne afghane


Due cittadini afgani dichiarano che dozzine di donne e bambini che stavano assistendo ad una festa nuziale nell'Afghanistan del sud sono state uccise o ferite da raid aerei.
I testimoni mercoledì erano nell'ospedale principale di Kandahar accanto ai parenti feriti dai raid aerei che, dicono, sono avvenuti lunedì.
I militari americani dicono che ancora non hanno alcuna informazione sull'avvenimento.


Hamid Karzai, il presidente afgano, sembra che si sia riferito al presunto attacco in una conferenza stampa che ha tenuto per congratularsi con Barack Obama, vincitore delle elezioni presidenziale degli Stati Uniti.
Karzai ha detto che ci sono stati civili feriti come conseguenza dei raid aerei nel distretto di Shah Wali Kot della provincia di Kandahar.

Secondo David Chater, corrispondente di Al Jazeera dall'Afghanistan, un cineoperatore ha riferito che una pattuglia della coalizione era passata attraverso un villaggio ed è stata fatta oggetto di fuoco da parte dei Talebani.
"Come conseguenza del fuoco dei Talebani i militari hanno fatto intervenire il supporto aereo e c’era una festa nuziale in corso in quel villaggio - con circa 90 persone in una casa - ed il missile è atterrato là" ha detto.
Ha aggiunto che non c’era conferma dalle forze multinazionali, sia dagli Americani sia da nessun altro, circa il numero delle vittime.

Secondo una segnalazione da un corrispondente di Al Jazeera circa 30 civili afghani, compreso donne e bambini, sono stati uccisi nel raid aereo; inoltre dozzine di persone sarebbero ancora intrappolate nei detriti.


Tratto da:
Air raids 'kill Afghan women'
su Al Jazeera, Qatar, 05 novembre 2008
tradotto da Mario Squarotti


Articoli di riferimento:
Air strikes kill dozens of wedding guests
Afghan leader urges Obama to end civilian casualties



Leggi l'articolo intero

Discorso della vittoria di Obama. "Yes we can!"


Salve, Chicago.

Se lì fuori c’è ancora qualcuno che dubita del fatto che l’America sia il luogo dove ogni cosa è possibile, che si chiede se il sogno dei nostri fondatori è ancora vivo, che ancora dubita del potere della nostra democrazia, questa notte è la vostra risposta.


E’ la risposta data dalle code che si sono formate attorno a scuole e chiese, code così numerose mai viste da questa nazione, code di persone che hanno aspettano 3 o 4 ore, alcune per la prima volta nella loro vita, perchè hanno creduto che questa volta doveva essere differente, che le loro voci avrebbero potuto fare la differenza.
E’ la risposta data da giovani e anziani, ricchi e poveri, democratici e repubblicani, neri, bianchi, ispanici, asiatici, nativi americani, omosessuali, disabili e non. Americani, che hanno lanciato un messaggio al mondo: non siamo mai stati una mera collezione di individui o una collezione di stati rossi e blu.
Siamo, e saremo sempre, gli Stati Uniti d’America.

Questa è la risposta che ha portato coloro ai quali è stato detto da molti di essere cinici, impauriti e dubbiosi circa quello che possiamo ottenere a mettere le mani sull’arco della storia e tenderlo ancora una volta verso un giorno migliore.
C’è voluto molto tempo, ma questa notte, a causa di quello che abbiamo fatto oggi, in questa elezione, in questo momento di definizione, il cambiamento per l’America è arrivato.

Poco fa, questa sera, ho ricevuto una telefonata veramente cordiale dal Sen.McCain.
Il Senatore McCain ha combattuto a lungo e strenuamente in questa campagna. Egli ha combattuto ancora più a lungo e con più forza per il paese che ama. Ha sopportato sacrifici per l’America che la maggior parte di noi non può nemmeno cominciare ad immaginare. Oggi noi stiamo bene anche grazie al servizio reso da questo coraggioso e generoso leader.
[...]

E non sarei qui stasera senza il fermo supporto della mia migliore amica degli ultimi 16 anni, la roccia della nostra famiglia, l’amore della mia vita, la first lady Michelle Obama.
Sasha e Malia vi amo entrambe più di quanto possiate immaginare. E vi siete guadagnate il nuovo cagnolino che verrà con noi alla Casa Bianca.
E anche se non è più tra noi, so che mia nonna ci sta guardando, insieme alla famiglia che mi ha reso ciò che sono. Mi mancano questa sera. So che il mio debito con loro è smisurato.
A mia sorella Maya, mia sorella Alma e tutti gli altri miei fratelli i mie sorelle, grazie per il supporto che mi avete dato. Ve ne sono grato.
[ringrazia il manager della campagna e altri colleghi]
Ma soprattutto, non dimenticherò mai a chi in realtà appartiene questa vittoria. Appartiene a voi. Appartiene a voi.

Non sono mai stato il candidato appropriato per questo ruolo. Non siamo partiti con molto denaro o approvazione. La nostra campagna non è passata nelle sale di Washington. E’ iniziata nei cortili di Des Moines, nei salotti del Concord e tra i portici di Charleston. E’ stata portata avanti dalle lavoratrici e lavoratori che davano ciò che potevano dei loro piccoli risparmi: 5 dollari, 10 dollari, per la causa.
E’ cresciuta tra i giovani che hanno rifiutato il mito dell’apatia della loro generazione, che hanno lasciato le loro case e le loro famiglie per lavori che offrivano uno stipendio basso e poche ore di sonno.
E’ cresciuta tra i non-così-giovani che coraggiosamente hanno bussato alle porte di perfetti estranei, e dai milioni di americani che si sono offerti volontari per dimostrare che 200 anni dopo un governo fatto di persone, per le persone non è scomparso dalla faccia della terra.
Questa è la vostra vittoria.

E so che non lo avete fatto solo per vincere un’elezione. E so che non lo avete fatto per me.
Lo avete fatto perchè capite la gravità del lavoro che c’è da fare. Anche se stasera celebriamo, sappiamo che le sfide che ci porterà il domani saranno le più importanti dei nostri tempi, due guerre, un pianeta in pericolo, la peggior crisi finanziaria degli ultimi anni.
Anche se stiamo qua stasera, sappiamo che ci sono Americani coraggiosi che si svegliano nel deserto dell’Iraq e nelle montagne dell’Afghanistan e rischiano le loro vite per noi.
Ci sono genitori che restano svegli dopo che i figli sono andati a letto, e si chiedono con che soldi potranno pagare la loro educazione.
C’è una nuova energia da emanare, nuovi lavori da creare, nuove scuole da costruire, e placare minacce, ristabilire alleanze.

La strada di fronte a noi sarà lunga. La salita ripida. Possiamo non arrivarci in un solo anno, forse nemmeno in un mandato. Ma, America, non sono mai stato così fiducioso come lo sono ora.
Vi prometto, noi, noi persone, ci arriveremo.
Ci saranno false partenze, molti non saranno d’accordo con ogni decisione che prenderò da presidente. E sappiamo che il governo non può risolvere tutti i problemi.
Ma sarò sempre onesto con voi nei riguardi delle sfide che affronteremo. Vi ascolterò, soprattutto quando non saremo d’accordo. E soprattutto, chiedo a voi di unirvi nel ricostruire questa nazione, nell’unico modo in cui è stato fatto negli ultimi 221 anni- quartiere dopo quartiere, mattone dopo mattone, mano coperta di calli dopo mano coperta di calli.

Quello che è iniziato 21 mesi nel profondo inverno fa non può finire in questa notte d’autunno.
La vittoria da sola non è il cambiamento che cerchiamo. E’ solo la possibilità per poter mettere in atto quel cambiamento. E questo cambiamento non potrà accadere se torneremo sui nostri passi.
Non può avvenire senza di voi, senza un nuovo spirito di servizio, di sacrificio.
Invochiamo un nuovo patriottismo, di responsabilità, in cui ognuno di noi sia risoluto nel lavorare più duramente e non badare solo a se stesso, ma anche agli altri.
Ricordiamoci che se questa crisi finanziaria ci ha insegnato qualcosa è il fatto che non possiamo avere una Wall Street sfavillante mentre Main Street soffre.
In questo paese, cresciamo e crolliamo come un’unica nazione, come un solo popolo. Resistiamo alla tentazione di ricadere nella partigianeria, nella pochezza e nell’immaturità che hanno avvelenato la nostra politica per tanto tempo.
Ricordiamoci che fu un uomo di questo stato a portare per primo la bandiera del Partito Repubblicano alla Casa Bianca, un partito fondato su ideali della fiducia in se stessi, libertà individuale e unità nazionale.


Quelli sono valori che noi tutti condividiamo. E mentre il Partito Democratico ha ottenuto una grande vittoria questa notte, la riconosciamo con umiltà e determinazione a eliminare le divisioni che hanno rallentato il nostro progresso.
Come Lincoln disse a una nazione molto più divisa della nostra, noi non siamo nemici, ma amici. Anche se la passione politica può averli logorati, essa non romperà i nostri legami d’affetto.
E per quegli americani il cui supporto non mi sono guadagnato, non avrò avuto il vostro voto stasera, ma ho sentito le vostre voci. Ho bisogno del vostro aiuto, e sarò anche il vostro presidente.

Per quelli che questa sera ci guardano da terre lontane dalle nostre coste, da parlamenti e palazzi, a coloro i quali sono raccolti intorno ad una radio in angoli dimenticati del mondo, ricordate le nostre storie sono diverse, ma il nostro destino è comune, e sappiate che una nuova alba per la guida degli Stati Uniti è a portata di mano.

E per coloro che vogliono distruggere il mondo: vi sconfiggeremo. E coloro che cercano pace e sicurezza: vi supporteremo. E per tutti coloro che si sono chiesti se la luce dell’America brilla ancora come un tempo: questa sera vi abbiamo provato ancora una volta che la vera forza della nostra nazione non è nella forza delle nostre armi o nell’abbondanza delle nostre risorse, ma nel potere duraturo dei nostri ideali: democrazia, libertà, opportunità e irriducibile speranza.
Questo è il vero mito americano: che l’America possa cambiare. La nostra unione può essere perfezionata. Quello che abbiamo già raggiunto ci dà la speranza per quello che potremo e dovremo raggiungere domani.

Queste elezioni hanno rappresentato molte “prime volte” e portano dentro di sè molte storie che verranno raccontate per generazioni. Ma voglio parlarvi di una donna di Atlanta, come tanti altri che hanno voluto far sentire la loro voce in queste elezioni, ma con una piccola differenza: Ann Nixon Cooper ha 106 anni.
E’ nata una generazione dopo la schiavitù. al tempo in cui non c’erano macchine sulle strade o aerei nel cielo, quando qualcuno come lei non poteva votare per due ragioni: perchè era una donna e per il colore della propria pelle.
E stasera penso a tutto ciò che ha visto in America e tutto ciò che ha attrversato; il dolore e la speranza; la lotta e il progresso; i tempi in cui ci veniva detto che non potevamo, e le persone che hanno fatto pressione con quel credo americano: sì, noi possiamo.
In un tempo in cui le voci delle donne venivano zittite e le loro speranze ignorate, lei ha vissuto per vedere le donne alzarsi e avanzare le proprie
istanze, e prendere in mano la scheda elettorale. Sì, noi possiamo.

Quando c’era disperazione per la siccità del Dust Bowl e depressione economica, ella ha visto una nazione superare la paura con un nuovo patto, nuovi lavori, un rinnovato senso di un proposito comune. Sì, noi possiamo.
Quando le bombe sono cadute sul nostro porto e una tirannia ha minacciato il mondo, lei era là , testimone di una generazione che ha mostrato la propria grandezza e salvato la democrazia. Sì, noi possiamo.
Lei era là, per i bus di Montgomery, sotto gli idranti a Birmingham, sul ponte a Selma, con un predicatore di Atlanta che disse a un popolo “We Shall Overcome”. Sì, noi possiamo.
Un uomo è andato sulla luna, un muro è caduto a Berlino, un intero mondo è stato messo in comunicazione dalla nostra scienza e dall’immaginazione.
E quest’anno, in queste elezioni, ha toccato col suo dito uno schermo, e ha registrato il suo voto, perchè dopo 106 anni in America, tra tempi bui e tempi migliori, lei sa come l’America può cambiare.
Sì, noi possiamo.

America, siamo giunti a questo punto. Abbiamo visto molto. Ma è rimasto molto da fare. Questa notte, chiediamo a noi stessi - se i nostri figli potessero vivere fino a vedere il prossimo secolo; se le mie figlie fossero così fortunate da vivere tanto a lungo quanto Ann Nixon Cooper, quali cambiamenti potranno vedere? Quali progressi avremo fatto?
Questa è la nostra possibilità per rispondere a quella chiamata. Questo è il nostro momento.
Questo è il nostro tempo, di rimettere la gente al lavoro, di aprire le porte delle opportunità per i nostri figli; di far tornare prosperità e portare avanti la causa della pace; di ribadire il sogno americano e riaffermare la verità fondamentale che, anche tra tanti, noi siamo una cosa unica; che mentre respiriamo, speriamo.

E dove ci scontriamo con cinismo e dubbi e con coloro che ci dicono che non ce la possiamo fare, noi rispondiamo loro con un credo senza tempo che rappresenta lo spirito di un popolo: sì, noi possiamo.

Grazie a voi, che dio vi benedica, e che benedica gli Stati Uniti d’America.


Tratto da:
Discorso di Obama, in italiano
su Ai Nostri Posti, Italia, 5 novembre 2008
tradotto da pepespepes.myblog.it

Leggi il testo originale del discorso
Ascolta il discorso sul sito della BBC



Leggi l'articolo intero

L’Etiopia teme attacchi terroristici imminenti


L’Etiopia ha messo in guardia la propria popolazione contro "un imminente attacco terroristico" sul proprio territorio disteso nel Corno d'Africa, secondo un comunicato della Agenzia nazionale antiterrorismo.

"Vi sono prove indubitabili che esiste adesso una cospirazione per effettuare un attacco terroristico in Etiopia ", ha detto l'Agenzia in una dichiarazione inviata alla AFP in cui non sono stati forniti dettagli sul tipo di attività sospetta.

"Invitiamo la gente a rimanere vigile e a cooperare con i funzionari di sicurezza al fine di contrastare l'imminente attacco", aggiunge il comunicato.

Martedì scorso, il principale partito di opposizione in Etiopia ha espresso la propria preoccupazione per la riduzione delle libertà politiche dopo l'arresto la settimana scorsa di Jirata Bekele, segretario generale del partito d'opposizione Movimento Democratica Federalista Oromo (OFDM).

Il segretario generale del partito è accusato di legami con il Fronte di liberazione Oromo (OLF), gruppo armato di ribelli separatisti nel sud dell’Etiopia.

L’Etiopia ha assistito negli ultimi mesi ad attentati che hanno provocato decine di vittime. Molti attacchi hanno avuto luogo in Ogaden, una regione isolata ad est, spesso attribuiti ai separatisti ribelli del Fronte Nazionale di Liberazione dell’Ogaden (ONLF).

Il 28 settembre quattro persone sono state uccise e 22 ferite in un attentato a Jijiga, capitale della provincia che comprende la regione somala dell’Ogaden, attribuito al gruppo ribelle islamista Al-Ittihad al Islamiya.

L’Etiopia è considerato uno dei più stretti alleati degli Stati Uniti nel Corno d'Africa.

L'esercito etiopico è intervenuto in Somalia nel 2006, a sostegno del governo somalo per cacciare gli islamisti che avevano controllato per diversi mesi la maggior parte della Somalia. Addis Abeba ha giustificato il suo intervento con quella che ha definito la minaccia rappresentata dagli islamisti in Etiopia.


Tratto da:
L'Ethiopie met en garde sa population contre des menaces terroristes
su Le Monde.fr, Francia, 4 novembre 2008
tradotto da Bruno Picozzi


Articoli di riferimento:
Somalia, terrorismo ultimo modello



Leggi l'articolo intero

martedì 4 novembre 2008

Il Dalai Lama riconosce il fallimento, la Cina lo attacca.


Ieri lunedì 3 Novembre, durante una conferenza stampa svoltasi in Giappone, il Dalai Lama ha parlato dell’attuale situazione in Tibet e ha riconosciuto il fallimento delle trattative con la Cina. “La mia fiducia nei confronti del governo cinese è divenuta sempre più sottile” ha detto il 73enne premio nobel per la pace “la soppressione sta aumentando e non posso pretendere che tutto sia ok”.

“Occorre accettare il fallimento” ha proseguito il leader spirituale “il nostro approccio non è riuscito a portare cambiamenti positivi in Tibet e di conseguenza il criticismo è aumentato”. Lo sfogo del Dalai Lama è giunto nel momento in cui un nuovo tavolo di trattative sta iniziando a Beijing con ufficiali Cinesi.

L’ultimo incontro formale tra le parti si era tenuto in Luglio, alla vigilia dei giochi olimpici.

Le affermazioni del Dalai Lama secondo l’inviato di Al Jazeera marcano un segno di discontinuità: fino ad oggi infatti il Dalai Lama aveva sempre auspicato il dialogo con le autorità Cinesi.

Il Dalai Lama ha pertanto indetto un incontro a Dharamshala, nel nord dell’India, per la fine del mese invitando tutte le rappresentanze di Tibetani all’estero a partecipare, onde poter trovare una nuova linea guida comune per il proseguimento delle trattative.

“Non so che cosa succederà” ha concluso il Dalai Lama, commentando il punto di vista diffuso fra giovani radicali in Tibet, che aspirano ad una piena indipendenza piuttosto che ad una significativa autonomia “dovrebbero cercare di aprire le loro menti a maggiori soluzioni possibili, non focalizzarsi su un unico problema, spero prevarranno intelligenza e attenzione rispetto all’emozionalità”.

Non si è fatta attendere la reazione ufficiale Cinese.

Già in giornata, martedì 4 Novembre, l’agenzia di stato Xhinhua ha commentato definendo “un atteggiamento patetico” quello assunto dal leader spirituale Tibetano, in esilio dal 1959.

Il Dalai Lama viene nuovamente accusato di riportare “fatti falsificati, che hanno l’obiettivo di aumentare le preoccupazioni sul Tibet e di aggiungere peso alle ambizioni separatiste”.

Queste le parole dell’agenzia: “Nell’esasperare il suo disappunto sulle negoziazioni il Dalai Lama adotta deliberatamente un atteggiamento patetico, nel tentativo di attirare la simpatia dell’opinione pubblica”.


Tratto da:
Dalai Lama admits Tibet’s failure
su AlJazeera.Net, Qatar, 03.11.2008
China hits back at Dalai Lama
su Al Jazeera.Net, Qatar, 04.11.2008
tradotto da Luigi Cornaglia



Leggi l'articolo intero

lunedì 3 novembre 2008

Le inondazioni nel Vietnam del Nord causano distruzione


Le peggiore inondazioni che hanno colpito il Vietnam del nord da più di vent'anni hanno causato 23 morti e dispersi e 178 milioni di dollari di danni alle proprietà ed alle colture in tutta la regione settentrionale.
"Nel corso degli ultimi giorni, sono state previste forti piogge nella capitale ma non pensavamo che sarebbero state così forti" riporta Nguyen la Hung dell’ AFP Comitato Nazionale per la prevenzione dalle inondazioni e dalle tempeste, paragonando alcune strade di Hanoi a "piccoli fiumi"
Le piogge ad Hanoi venerdì hanno raggiunto 433,3 millimetri, il punto più alto dal 1960.


Le inondazioni hanno devastato 45.000 ettari di culture invernali del valore di 27 milioni di dollari insieme a 9.000 ettari di aziende di pesca del valore di 48 milioni di dollari, secondo il Comitato Popolare di Hanoi.
Intorno ad Hanoi, circa 10.000 case sono state inondate e la situazione del traffico è caotica.
"È proprio come in guerra," ha detto Hoang Minh Quan. "io e mia moglie restiamo svegli tutta la notte in modo che possiamo fuggire con nostra figlia se succede qualcosa".

I treni verso sud che partono dalla stazione di Hanoi sono stati ritardati, ha detto il capo stazione Vu Dinh Rau. I passeggeri vengono trasportati in autobus fino alla stazione ferroviaria di Nghe An.
Alcuni residenti ora stanno pescando con reti e canne su alcune delle strade più grandi di Hanoi. Tutte le scuole del distretto di Hoai Duc sono chiuse e 1.200 ettari, il 95 percento, delle colture invernali dell'area sono state distrutte.
Le scuole di tutta Hanoi rimarranno chiuse fino a domani.
La città di Ha Dong è rimasta completamente isolata dopo aver subito alcune delle più gravi inondazioni. La città è rimasta senza energia elettrica ed acqua pulita da giovedì.

Trinh van Tien, direttore dell’Azienda dell’Ambiente di Ha Dong, ha detto che l'Agenzia sta cercando di ripristinare l’energia elettrica.
Nguyen Thi Thiet è rimasto sveglio tutta la notte per spostare i mobili ai piani superiori dopo che le sua casa è stata allagata. Il suo vicino Dang Minh Ve sta terminando il cibo e l’acqua potabile. "Non posso più sopportarlo" ha detto.
Le alluvioni hanno distrutto quasi 20.000 ettari di terreni agricoli e più di diecimila ettari di aziende di pesca nella provincia di Vinh Phuc.
L’innalzamento delle acque ha causato danni complessivi per 10,68 milioni di dollari nella provincia di Nghe An mentre ha costretto circa 700 persone nella provincia di Thanh Hoa a lasciare le loro case.
Nguyen Trong Tan della Società delle fognature di Hanoi ha affermato che il disastro potrebbe essere controllato nei prossimi quattro o cinque giorni "solo se non piove più".

Il Vietnam viene colpito da tifoni, tempeste tropicali e forti piogge ogni anno. Inondazioni e frane lo scorso anno hanno causato 435 tra morti e dispersi, ha riportato l’AFP, citando dati governativi.
Molti mercati hanno anche chiuso a causa delle inondazioni, causando una locale scarsità alimentare. Quelli ancora aperti stanno vendendo a prezzi esorbitanti.
Il prezzo per un pacchetto di spinaci è dieci volte superiore a quello normale.
"I prezzi mi fanno svenire" ha detto un altro cittadino di Hoang Van.
Nei mercati di strada in tutta la città, le verdure verdi sono da tre a quattro volte più care mentre la carne ed il pesce sono dal 10 al 25 percento più costosi, a causa dell’interruzione delle linee di rifornimento per le piogge e le inondazioni.
Fino a sabato sera, 17 persone sono state uccise nella sola Hanoi sommersa dalla pioggia e dalle inondazioni, secondo l’ Agenzia di Stampa Vietnamita.


Tratto da:
Northern floods wreak havoc di Thanh Nien, Agencies
su Thanh Nien News , Vietnam, 02 novembre 2008
tradotto da Mario Squarotti



Leggi l'articolo intero

Le repubbliche delle banane


Rafael Correa espelle dall’Ecuador la multinazionale petrolifera spagnola REPSOL e invita a gettare nella spazzatura della storia l’FMI. Evo Morales espelle dalla Bolivia la potentissima DEA, la polizia antidroga statunitense finora libera di operare in Bolivia. Hugo Chávez lancia segnali di pace “al negro Barak Obama”: “qui siamo indigeni, negri, latinoamericani, dobbiamo e possiamo sederci e costruire relazioni più giuste”.

Con un atto storico il presidente ecuadoriano Rafael Correa ha rotto ogni trattativa con la multinazionale petrolifera spagnola REPSOL che per mesi si è rifiutata di trattare su basi egualitarie con il governo: “Il tempo è finito. Devono andarsene. Tutte le multinazionali devono metterselo in testa. Da oggi in poi non sono più loro che dettano le condizioni. Le condizioni le detta il governo. Il tempo della Repubblica delle banane è finito”. Appena il mese scorso Correa aveva cacciato altre due multinazionali, entrambe brasiliane in questo caso.

Lo schema seguito da Correa è quello del Venezuela che nel passato mese di febbraio, di fronte alle minacce giuridiche ed economiche, ai tentativi di corruzione e al linciaggio mediatico ruppe ogni relazione con la EXXON. “E’ venuto il tempo –ha concluso il presidente- di buttare nella spazzatura della storia il Fondo Monetario Internazionale e il Banco Mondiale che sono i colpevoli di un’architettura ingiusta e diseguale che ha impedito all’economia di crescere”.

Mentre si avvicina la chiusura della base statunitense di Manta, liberando secondo la nuova Costituzione il territorio da basi militari straniere, la dignità di Correa non è sola. Gli risponde da La Paz Evo Morales espellendo definitivamente la polizia antidroga statunitense, la DEA, finora libera di fare il bello e il cattivo tempo in territorio boliviano, ledere la sovranità del paese e applicarvi leggi statunitensi.

A grandi passi l’America latina recupera una sovranità che sembrava perduta per sempre e si avvia verso l’integrazione. Il cammino resta lungo ma forse davvero presto le repubbliche delle banane non esisteranno più.


Tratto da:
Rafael Correa (e Evo Morales) La Repubblica delle banane non esiste più di Gennaro Carotenuto
su Giornalismo Partecipativo , Italia, 3 novembre 2008
tradotto da Mario Squarotti



Leggi l'articolo intero

Firmato un accordo sul Nagorno-Karabakh


Durante i colloqui in corso in Russia, vicino Mosca, Armenia e Azerbaigian hanno firmato un accordo congiunto volto a risolvere la loro controversia sul Nagorno-Karabakh, enclave armena in territorio azero.

Il Presidente azero Ilham Aliyev e il suo omologo armeno, Serzh Sarkisian, hanno convenuto di intensificare i loro sforzi per trovare una soluzione politica.

È la prima volta in quasi 15 anni che un tale accordo è stato raggiunto.

Scontri sporadici sono continuati in Nagorno-Karabakh, nonostante la firma di un accordo di cessate-il-fuoco nel 1994.

Prima della tregua, diversi anni di guerra avevano lasciato circa 30.000 morti e costretto più di un milione di persone a fuggire dalle loro case.

Nel 2006, la stragrande maggioranza dei resindenti del Nagorno-Karabakh - in gran parte Armeni - hanno votato scegliendo di dichiararsi Stato sovrano. La dichiarazione non è stata riconosciuta a livello internazionale.

Soluzione politica

Durante i colloqui ospitati domenica scorsa al castello Meiendorf, i presidenti di Azerbaigian e Armenia hanno convenuto di "accelerare ulteriori passi nel processo di negoziazione" sul Nagorno-Karabakh, secondo quanto riferito dal Presidente russo Dmitry Medvedev in una dichiarazione.

"I colloqui faciliteranno il miglioramento della situazione nel Caucaso meridionale e la creazione di stabilità e sicurezza nella regione attraverso una soluzione politica del conflitto, sulla base dei principi e delle norme del diritto internazionale e delle decisioni e accordi adottati in tale contesto", ha detto Medvedev.

I ministri degli esteri dei due paesi lavoreranno con la Russia, gli Stati Uniti e la Francia, co-presidenti del Gruppo di Minsk dell'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), che sta cercando una soluzione diplomatica del conflitto, ha aggiunto Medvedev.

I presidenti Sarkisian e Aliyev non hano rilasciato commenti.

Speranze di un accordo di pace tra Azerbaigian e Armenia furono sollevate per la prima volta nel 2001, dopo una serie di incontri tra l'ex Presidente armeno, Robert Kocharyan, e Heydar Aliyev, ultimo leader degli Azeri. Tuttavia, i colloqui e le successive riunioni occasionali non sono giunti a nessuna conclusione.

Nel mese di marzo, l'OSCE ha comunicato di star inviando una missione in Nagorno-Karabakh in seguito a gravi scontri che, secondo i rapporti, avrebbero lasciato molti soldati morti da entrambi i lati.

Secondo i corrispondenti la breve guerra tra Russia e Georgia nel mese di agosto ha dato impulso agli sforzi internazionali per risolvere le controversie nel Caucaso, una regione in cui Mosca è alla ricerca di una maggiore influenza.


Tratto da:
Nagorno-Karabakh agreement signed
su BBC News, Regno Unito, 2 novembre 2008
tradotto da Bruno Picozzi



Leggi l'articolo intero

domenica 2 novembre 2008

ONG colombiane denunciano 535 casi di esecuzioni extragiudiziali


Alcune Organizzazioni Non Governative (ONG) della Colombia denunciano che 535 persone sono state giustiziate extragiudizialmente nel paese, dal 1 gennaio 2007 al 30 giugno del 2008, secondo informazioni diffuse questo mercoledì attraverso un rapporto.

Il documento è stato elaborato nel forum "Esecuzioni extragiudiziali: una realtà inoccultabile", realizzato questo mercoledì in Colombia, e dimostra che dalle cifre degli assassinati risulta una vittima al giorno come media, delle quali il 58% avevano meno di 30 anni.

La divulgazione di questi dati ha coinciso con l'annuncio del presidente colombiano, Alvaro Uribe, di ritirare dal servizio 27 ufficiali, tra cui tre generali, per la sparizione di 20 giovani che erano stati dati per abbattuti in combattimento, e che in realtà erano stati rastrellati e uccisi dalle "forze dell'ordine".

Il rapporto sulle esecuzioni extragiudiziali è stato elaborato da 13 giuristi, giornalisti, antropologi forensi ed esperti di diritti umano di Germania, Spagna, Stati Uniti, Francia e Regno Unito.

Lo studio aggiunge che il dipartimento del Nord di Santander, alla frontiera con il Venezuela, è quello in cui si è registrato il maggior numero di casi (67), seguito da Antioquia (65).

"E' preoccupante constatare che queste regioni, praticamente, coincidono con le regioni dove sono localizzate le principali attività del Plan Colombia", commenta il documento.

Il Plan Colombia è un progetto internazionale tra i governi della Colombia e degli Stati Uniti che, all'inizio, si presentava come un meccanismo di contrasto al traffico di droghe e per risolvere il conflitto armato della nazione sudamericana, nonostante che i suoi metodi e i suoi risultati non sono chiari alla nazione.

Il rapporto continua affermando che l'esercito colombiano è il maggior responsabile delle vittime delle esecuzioni extragiudiziali, dato che gli si attribuisce il 93,7% dei casi, cioè 443 vittime.

Alla polizia vengono attribuite il 5,1% delle morti e l'Armata Nazionale sarebbe responsabile di sei.

Del totale, il 58% avrebbe meno di trent'anni. Lo studio aggiunge che le nuove modalità di esecuzione riguardano giovani dei settori emarginati che scompaiono, dopo di che gli viene tolta la vita in luoghi lontani dalle loro residenze.

Questo è stato il caso di 20 giovani della località di Soacha, per il cui caso sono stati allontanati dal servizio 27 militari, questo mercoledì.


Tratto da:
ONG colombianas denuncian 535 casos de ejecuciones extrajudiciales
su aporrea.org, Venezuela, 29 ott. 2008
tradotto da Gianluca Bifolchi per Achtung Banditen



Leggi l'articolo intero

sabato 1 novembre 2008

Fine della disputa territoriale tra Russia e Cina


La Russia ha concluso una decennale disputa di confine con la Cina, martedì, restituendole una striscia di territorio dell'isola del fiume, in una cerimonia che simbolizza il rinsaldarsi dei legami degli ex rivali della guerra fredda. Le bandiere cinesi e russe sono state issate ed i nuovi indicatori del confine o sono stati eretti come componente della consegna della estrema punta del nordest della Cina, vicino alla città russa di Khabarovsk, ha segnalato l’agenzia Interfax.

Un'unità della guardia di frontiera russa si è ritirata da ciò che ora è territorio cinese, lasciando sedi, caserme ed edifici vuoti, Interfax ha detto. In virtù di un accordo firmato in luglio dai ministri degli affari esteri dei due paesi, la Russia ha acconsentito a restituire l'isola di Tarabarov, conosciuta come Yinlong in cinese e la metà dell'isola di Bolshoi Ussuriysky, denominata Heixiazi in cinese.

"Quest’evento completa la delineazione e l'istituzione legale di tutte le parti del confine Russo-Cinese, che è lungo oltre 4.300 chilometri" ha detto in una dichiarazione, il ministero degli esteri della Russia.
"La questione del confine era un'eredità storica lasciata alla Russia ed alla Cina, e ha ricevuto una risoluzione completa e finale.” Interfax ha detto che circa 170 chilometri quadrati di terra sono stati consegnati, delle isole lungo la frontiera del fiume Amur, fra la Russia e la Cina, e che hanno visto delle schermaglie durante la guerra fredda.

Dopo un’amara spaccatura fra gli alleati comunisti di una volta, negli anni 60, entrambe le nazioni hanno schierato enormi armate di carri armati lungo il confine, suscitando lo spettro di un’ampia battaglia di terra, in caso di guerra totale. Recentemente, tuttavia, la Russia e la Cina si sono avvicinate, motivate da vari fattori, tra cui il desiderio di promuovere lo sviluppo economico e di formare un contrappeso regionale al potere degli Stati Uniti.


Tratto da:
La Russia consegna dei territori alla Cina, fine della disputa di confine di Alessandro Lattanzio
su Eurasia, Italia, 29 ottobre 2008



Leggi l'articolo intero